XII Festival del Giornalismo, l’editoriale di Barbara Schiavulli

Giugno 15, 2026by Redazione

Le parole dell'inviata di guerra e direttrice di 'Radio Bullets' in occasione della serata di chiusura della manifestazione di Leali delle Notizie

Ci sono luoghi che per qualche giorno diventano molto più di quello che sono. Non sono soltanto una piazza, una sala, un festival. Diventano una bussola.

E in un tempo in cui il rumore sembra avere più spazio dell’approfondimento, in cui la velocità sembra aver sconfitto la comprensione e in cui la verità è costretta ogni giorno a competere con la propaganda, le fake news, gli interessi economici e politici, ritrovarsi qui per una settimana a discutere di giornalismo, libertà, diritti, linguaggio, guerre, criminalità organizzata, intelligenza artificiale, fotografia, letteratura e democrazia non è un esercizio culturale. È un atto politico nel senso più nobile del termine.

Da martedì a oggi abbiamo ascoltato voci diverse, esperienze lontane tra loro, generazioni che si interrogano sul presente e professionisti che da decenni provano a raccontarlo. Abbiamo incontrato giornalisti d’inchiesta che continuano a scavare dove altri vorrebbero stendere il cemento dell’oblio. Reporter che attraversano i conflitti sapendo che il loro lavoro non fermerà una guerra, ma potrà impedire che quella guerra venga dimenticata. Fotografi che ci hanno ricordato che un’immagine può raccontare ciò che mille parole non riescono a spiegare. Scrittori che hanno dato profondità e memoria ai fatti. Studiosi che hanno provato a interpretare un mondo sempre più complesso.

E poi abbiamo incontrato i giovani. Forse la presenza più importante di tutte. Perché ogni volta che una ragazza o un ragazzo entra in una sala come questa e decide di fare una domanda, di mettere in discussione una certezza, di ascoltare un’opinione diversa dalla propria, la democrazia respira.

Magari piano. Magari con fatica. Ma respira. E oggi non è una cosa scontata.

Viviamo in un tempo in cui la libertà di stampa arretra in molte parti del mondo, in cui il giornalismo viene descritto come un nemico, in cui il potere cerca sempre più spesso di delegittimare chi controlla, verifica e racconta. Un tempo in cui l’intelligenza artificiale promette di produrre contenuti sempre più velocemente, mentre il giornalismo continua a ricordarci che il problema non è scrivere un testo, ma capire la realtà.

Perché una macchina può elaborare dati. Può generare parole. Può imitare uno stile. Ma non può sostituire il coraggio di chi fa una domanda davanti a un dittatore. Non può sostituire il rischio di chi attraversa un checkpoint. Non può sostituire il dubbio, l’etica, la responsabilità di chi decide cosa pubblicare e cosa no. Non può sostituire la coscienza. E senza coscienza non esiste giornalismo. Esiste soltanto produzione di contenuti.

In questi giorni abbiamo parlato molto di libertà di stampa. Ma forse dovremmo ricordare più spesso che la libertà di stampa non appartiene ai giornalisti. Appartiene ai cittadini. Perché ogni giornalista che viene minacciato, incarcerato, spiato o ucciso perde certamente qualcosa lui, ma perde molto di più la società che non potrà più ascoltare quello che aveva da raccontare.

Quando viene colpito un reporter, non viene colpita una persona. Viene colpito il diritto collettivo a sapere. E oggi questo diritto è sotto attacco in troppi luoghi del mondo. Lo è nelle autocrazie dichiarate. Ma sempre più spesso lo è anche nelle democrazie. Attraverso leggi intimidatorie, campagne d’odio, querele temerarie, concentrazioni editoriali e una progressiva svalutazione del lavoro giornalistico.

Per questo festival come questo sono necessari. Perché ricordano che l’informazione non è una merce come le altre. È un bene pubblico. E una democrazia senza informazione indipendente è una democrazia che lentamente si svuota dall’interno.

In questi giorni abbiamo parlato anche della Flotilla. Una piccola nave in mezzo al mare. Un’immagine che sembra quasi insignificante rispetto all’enormità della tragedia che si consuma a Gaza. Eppure quella nave ci racconta qualcosa che riguarda profondamente anche il giornalismo. Ci racconta che esistono persone che continuano a muoversi quando tutti gli altri si fermano. Che continuano a testimoniare quando la testimonianza diventa scomoda. Che continuano a guardare dove molti preferirebbero distogliere lo sguardo.

È la stessa logica che spinge un giornalista di guerra a partire. Non perché creda di poter fermare le bombe. Ma perché sa che il silenzio è sempre il miglior alleato della violenza. Perché ogni guerra ha bisogno di vittime. Ma ha bisogno soprattutto di testimoni. E quando i testimoni spariscono, la violenza diventa ancora più libera.

Per questo continuiamo a raccontare. Per questo continuiamo a partire. Per questo continuiamo a esserci. Anche quando sembra inutile. Anche quando sembra impossibile. Anche quando il mondo appare stanco di ascoltare.

E poi c’è stato Pimpa. E qualcuno potrebbe chiedersi cosa c’entri un clown in mezzo a guerre, mafie, inchieste e crisi internazionali. C’entra moltissimo. Perché ci ha ricordato che difendere l’umanità significa anche difendere la capacità di sorridere, di accogliere, di prendersi cura degli altri. Ci ha ricordato che l’informazione non serve soltanto a denunciare ciò che non funziona, ma anche a preservare ciò che ci rende umani. E senza umanità il giornalismo diventa un esercizio sterile. Una cronaca senz’anima. Un elenco di tragedie senza persone.

In questi giorni, però, abbiamo sentito anche una presenza. O forse dovrei dire un’assenza. Quella di Cristina. Perché ci sono persone che continuano a occupare uno spazio anche quando non sono più fisicamente accanto a noi. Persone che diventano parte dell’identità di un luogo, di una comunità, di un’idea. Cristina è una di quelle persone.

E ogni volta che un giovane riceve un premio che porta il suo nome, ogni volta che qualcuno trova il coraggio di iniziare questo mestiere, ogni volta che una storia viene raccontata con onestà e passione, quella assenza si trasforma in una presenza diversa, ma non meno forte.

Così come il premio dedicato a Daphne Caruana Galizia non è soltanto un riconoscimento professionale. È un promemoria. Un promemoria che ci ricorda il prezzo che alcune persone hanno pagato per difendere la verità. E che ci ricorda che il giornalismo migliore non è quello che cerca il consenso. È quello che cerca i fatti. Anche quando disturbano. Anche quando fanno paura. Anche quando costano.

E allora permettetemi di chiudere con un augurio. Che quando ci ritroveremo qui il prossimo anno potremo raccontare un mondo un po’ meno cinico e un po’ più giusto. Un mondo in cui i bambini non vengano più definiti danni collaterali, perché nessun bambino dovrebbe mai diventare una nota a piè di pagina nelle strategie militari degli adulti. Un mondo in cui i giornalisti non siano bersagli da eliminare, incarcerare o screditare, ma strumenti indispensabili per comprendere la realtà.

Un mondo in cui il diritto internazionale torni a essere una bussola e non una decorazione da esibire nei discorsi ufficiali e ignorare quando diventa scomodo. Un mondo in cui la dignità umana non dipenda dal luogo in cui si nasce, dalla lingua che si parla o dal passaporto che si possiede.

E magari, concedetemi un ultimo sogno, un mondo in cui coloro che continuano a governare esclusivamente in nome del profitto, del consenso immediato, degli interessi personali e della convenienza politica decidano finalmente di farsi da parte e andare serenamente nelle case di riposo.

Perché se riposano loro, forse riusciremo a riposare un po’ anche noi. E forse, finalmente, riusciremo a respirare. Grazie a chi questo festival lo costruisce ogni anno. Grazie a chi lo attraversa. Grazie a chi continua a fare domande. Grazie a chi continua a cercare risposte.

E grazie a chi, nonostante tutto, continua a credere che il giornalismo non sia soltanto il racconto del mondo, ma uno degli strumenti più potenti che abbiamo per cambiarlo.

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