Le parole dell'inviata di guerra e direttrice di 'Radio Bullets' in occasione della serata di chiusura della XI edizione della manifestazione di Leali delle Notizie
Festival del Giornalismo, l’editoriale di Barbara Schiavulli

Ronchi dei Legionari è il luogo dove ogni anno mi riconcilio con il giornalismo. Non come mestiere, ma come missione. È qui che tornano a pulsare le vene delle storie, che le idee respirano, che i dubbi si confrontano e si trasformano in domande necessarie. È qui che rivedo colleghi e amici: alcuni più stanchi, qualcuno più disilluso, ma tutti ancora innamorati di un lavoro che ci ha scelti, prima ancora che fossimo noi a scegliere lui.
È qui che ogni anno sento, ma è come se la vedessi Cristina Visintini, la mia amica e compagna di sogni, che si arrampica su un’impalcatura per appendere lo striscione di Radio Bullets. Mentre io le dicevo di stare attenta, per poi lamentarci di un giornalismo che non ci dava da vivere, ma senza il quale non sapevamo respirare.
A Ronchi passano le generazioni: ci sono i giovani, con la luce negli occhi e le domande appuntite. Camminano come trattori, a volte goffi ma ostinati, in un mondo che ogni giorno rende questa professione più precaria. E poi ci sono i veterani, meno trattori e più motori diesel: caldi, costanti, pieni di memoria. Alcuni hanno scritto la Storia di questo paese, altri quella del mondo. C’è anche chi combatte ancora oggi perché nel proprio paese un giornalista possa essere libero di criticare senza rischiare la vita.
In questi cinque giorni, il mondo è cambiato. Un altro conflitto è esploso. Un’altra faglia si è aperta sotto i nostri piedi. E noi, come sempre, ci prepariamo a partire. A raccontare.
Ma stasera siamo qui anche per chi non può più raccontare. Per chi è stato ucciso solo per aver fatto domande. Da Giancarlo Siani a Daphne Caruana Galizia, questo festival porta i loro nomi, le loro voci, la loro eredità. E oggi quel filo rosso ci porta fino al più grande giornalisticidio della storia dell’umanità.
A Gaza, in soli venti mesi, sono stati uccisi 230 giornalisti. Non erano “effetti collaterali”. Non erano bersagli sbagliati. Erano le voci che raccontavano quello che nessuno voleva sentire. Alcuni erano amici, la maggior parte erano giovani. Molti sono morti insieme alle loro famiglie.
E poi ci sono i vivi. I colleghi che da 617 giorni raccontano la guerra sotto le bombe, sotto i droni, sotto il dolore e la fame. Hanno perso tutto. Ma non hanno mai smesso. Perché scrivere, raccontare, filmare, per loro, è restare vivi. È l’unico modo per resistere. Anche da soli. Anche con il mondo che chiude le porte. Anche mentre a noi, che Gaza la conosciamo da decenni, viene negato l’ingresso. Pensavano che bastasse tenerci fuori per controllare la verità. Hanno fallito.
Perché quelle voci, lì dentro, non hanno mai taciuto. Nemmeno tra le lacrime. Nemmeno seppellite tra le macerie. Nemmeno quando il mondo sembrava voltarsi dall’altra parte. Ed è per questo che siamo qui. Per non voltare mai le spalle. E ora permettetemi una storia. Perché questo faccio: racconto storie.
C’era una volta una ragazzina. Aveva 24 anni e un sogno: fare l’inviata di guerra. Un giorno incontrò un giornalista palestinese che le disse: “Vuoi conoscere Arafat?”. Era il simbolo della lotta palestinese. E lei rispose di sì. Senza sapere che da quel momento nulla sarebbe stato più come prima.
Era la Palestina. Fu amore a prima vista con quella terra. Lì incontrò giornalisti che facevano esattamente ciò che lei desiderava: raccontare. E fu lì che imparò tutto. Come si resiste. Come si ascolta. Come si sopravvive. Quei primi reportage l’hanno segnata. Per sempre.
Poi vennero l’Afghanistan, l’Iraq, il Libano, la Siria. Ma il primo amore non si scorda mai. E senza quei colleghi, senza quell’amico, quella ragazza non sarebbe mai diventata la giornalista che è. E oggi, quella ragazza che ragazza non è più, ha la gioia di vedere Samir al Qariuti, lo stesso amico che quel giorno le disse: “Vuoi conoscere Arafat?”, ricevere il premio dedicato a tutti i giornalisti palestinesi. È come chiudere un cerchio, anche se sappiamo che la Storia, in fondo, è un cerchio che non si chiude mai davvero.
Forse, se quel giorno non mi avesse detto “vieni con me in Palestina”, oggi non sarei qui. E forse qualcuno sarebbe anche più contento.
Ma io sono qui. E finché avrò voce – insieme ai miei colleghi e compagni di strada – continuerò a raccontare. Perché finché ci saranno storie da scrivere, il giornalismo non morirà mai. E la cosa più bella di questo festival è che, per cinque giorni, lo abbiamo fatto insieme. Insieme a Luca, a Silvia, a Claudia, a Paolone – il mio impareggiabile spacciatore di crêpes –, a Sergio, a tutte le volontarie e i volontari che rendono questo posto un piccolo miracolo di passione e dedizione. Insieme ai colleghi e alle colleghe che si sono presi il tempo per esserci. Agli amici e alle amiche che ci tengono in piedi quando barcolliamo.
E soprattutto al pubblico – voi – senza il quale tutto questo non avrebbe senso. E lasciatemi dire un’ultima cosa.
Vorrei promettervi che poi non parlo più… ma non sarei onesta. Facciamo che la Palestina abbia finalmente un posto migliore nel modo in cui viene raccontata in Italia. Per rispetto della verità. Per amore del giornalismo. Per chi non può più parlare, ma ci ha lasciato la voce in eredità. Grazie.

