MARIO FRANCESE

(06 febbraio 1925 – 26 gennaio 1979)
Mario Francese

Mario Francese cominciò la sua carriera come telescriventista dell’ANSA, successivamente collaborò come giornalista e scrisse per il quotidiano La Sicilia, di Catania. Nel 1958 fu scelto per l’ufficio stampa dell’assessorato ai Lavori Pubblici della Regione Sicilia.

Contemporaneamente scriveva anche per Il Giornale di Sicilia, quotidiano di Palermo, per il quale iniziò a lavorare a tempo pieno dal 1968.

Al giornale si occupava della cronaca giudiziaria, che lo portò ad indagare e a parlare dei fenomeni mafiosi e di criminalità.

Dalla Strage di Ciaculli, attentato effettuato da Cosa Nostra in cui persero la vita 4 carabinieri, 2 militari italiani e un sottoufficiale delle guardie di P.S. nel 1963, all’intervista alla moglie di Totò Riina. Le inchieste di Francese avevano il merito di entrare nel profondo della malavita, e di analizzare attentamente e puntualmente quali erano i modi, le spaccature, i capi. Luciano Liggio e Totò Riina furono spesso al centro delle sue inchieste, e fu un fervente sostenitore dell’ipotesi che quello di Cosimo Cristina fosse un assassinio di mafia.

Uno dei suoi più rilevanti lavori di inchiesta fu quello che pubblicò nel 1977 in sei puntate dove spiegò per filo e per segno tutta la rete di collusioni, corruzioni ed interessi che si erano sviluppati per la costruzione della diga Garcia, e per i soldi stanziati dal Governo: scoprì che dietro la Risa, una società misteriosa, si nascondeva Riina, che era pienamente coinvolto nei subappalti della diga stessa. Uno dei punti fissi su cui Francese insistette con determinazione era quello della gestione degli appalti, evidenziando marcatamente il rapporto tra mafia e politica.

Prima di morire, stava aspettando la pubblicazione di un suo dossier a puntante, pubblicato postumo, che svelava la gestione degli appalti da parte della mafia. Prima di morire e prima che il dossier venne pubblicato, Francese dichiarò ai colleghi che il suo lavoro ‘’fosse uscito dalla redazione’’.

Fu ucciso perché, come si legge nella motivazione della sentenza della Cassazione che condannò esecutori e mandanti di quel delitto, Mario Francese possedeva “una straordinaria capacità di operare collegamenti tra i fatti di cronaca più significativi, di interpretarli con coraggiosa intelligenza, e di tracciare così una ricostruzione di eccezionale chiarezza e credibilità delle linee evolutive di Cosa Nostra”. Abile ad anticipare gli inquirenti nell’individuazione di nuove piste investigative, rappresentava un pericolo per la mafia, in quanto era capace di individuarne il programma criminale.

Venne ucciso nel 1979 la sera del 26 gennaio, e di lì a poco avrebbe compiuto 54 anni. Mentre rientrava a casa venne colpito a colpi di pistola da Leoluca Bugarella.

La faccenda cadde nel dimenticatoio, tanto che l’inchiesta venne archiviata. Ci vollero anni per riaprirla su richiesta della famiglia. E per vent’anni non si riuscì a giungere alla verità.

Il processo si svolse con rito abbreviato nel 2001, e vennero condannati a trent’anni Totò Riina, Leoluca Bugarella, Raffaele Ganci, Francesco Madonia, Michele Greco e Bernardo Provenzano.

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